Vorrei introdurre su questo Blog due riflessioni:
l’editoriale sotto del Sole24 ore e una piccola parte del Rapporto del Censis pubblicato quest’anno.
Nel primo si sottolinea un problema: non elaboriamo più le informazioni oltre le conseguenze che possono avere nella nostra sfera privata.
Spesso mi chiedo come sia mai possibile che ci fermiamo a maledire l’aumento del costo del nostro pieno di benzina, l’aumento della bolletta del gas e della luce , senza considerare le conseguenze di tali aumenti sull’agricoltura, sul sistema trasporti e su tutti i prodotti che sono soggetti all’uso del petrolio.
Nel rapporto del Censis c’è la conferma del sostanziale del primo articolo : siamo particolarmente indifferenti a fini e obiettivi di futuro, ……………………… esiste però una speranza a fine articolo.
Tutto è affidato alle minoranze !
Augusto Anselmo
(EDITORIALE DEL 03/02/2007 DEL SOLE 24 ORE MAGAZINE)
Si ha l’impressione che troppe cose cospirino, nella società contemporanea, a uno scopo unico, centrale: impedirci di pensare.
Non si tratta più degli idoli della velocità, della comunicazione di massa e del progresso (la “modernità”) contro i quali si scagliavano ambiguamente tanti intellettuali tra gli anni Venti e i Sessanta del secolo scorso, ma di qualcosa di più concreto e manifesto, la cui evidenza ci si ostina a negare.
Si può mettere in dubbio l’esistenza di un “piano” - opera di chissà quali strategie, di chissà quali poteri - però il risultato è lo stesso: la sovrabbondanza di immagini, di parole e di suoni non necessari porta all’ottundimento delle nostre capacità e possibilità di intendere e di volere.
La nostra mente non è libera di elaborare le “informazioni” che ci vengono quotidianamente trasmesse, anche nostro malgrado, tanto si sovrappongono le une alle altre e cercano di negarsi a vicenda, puntando sulla quantità e la velocità del ricambio.
O i suoni, i rumori, la musica che per esempio nei bar e ristoranti, nelle strade e nelle metropolitane raggiunge livelli di grave inquinamento acustico, come quegli antifurto che ci fanno sobbalzare all’improvviso fingendo di proteggere la produttrice di altri e più gravi inquinamenti, l’invadente automobile.
O la pubblicità, sempre più vistosa e volgare, che legalmente copre, nelle città, chiese e monumenti, arricchendo municipalità e parrocchie, ma rendendo anche le città più belle tutt’altro che belle.
Nel vastissimo territorio del non-necessario, anzi del superfluo, anzi del dannoso caratteristici della società contemporanea e delle sue merci “materiali” e “immateriali”, è difficile riuscire a isolarsi, da soli o in pochi, e a trovare spazi di tranquillità, ed è difficile, se per nostra fortuna se ne dispone, difenderli.
Il pensiero ha bisogno di silenzio, di concentrazione, di libertà di scelta di ciò che si vuoi leggere, vedere, ascoltare.
Per questo si pensa così poco, e i luoghi dove si direbbe che si pensa di meno sembrano essere proprio i media, ossessionati dalla frenesia della notizia, dello “strillo” (alla lettera!), della rivalità con gli altri media.
E infine, come ormai tutta la società, dal “gossip”, dai “si dice”, da pettegolezzi di cui si sospetta l’imposizione di notizie inattendibili, ricattatorie.
Per una ecologia della mente come per una ecologia del corpo, bisognerebbe ripartire dal poco e dal necessario, dal buono e dal ragionato. Ma nessuno oserà, prima di qualche catastrofe.
Gli interessi del “mercato” e della politica hanno bisogno in vario modo della manipolazione del consenso per mandare avanti il mondo. Mandandolo così alla sua fine?
Ma come fermarsi?
E chi è in grado di cominciare?
Però si può ancora parlare di autodifesa individuale e di gruppo, benché malvista, e potrebbero rinascere e moltiplicarsi quelle organizzazioni di società civile che la politica e i produttori di merci hanno contribuito in vario modo a far tacere, o a soffocare
Rapporto Censis 2007
Una realtà sociale che diventa ogni giorno una poltiglia di massa; impastata di pulsioni, emozioni, esperienze e, di conseguenza, particolarmente indifferente a fini e obiettivi di futuro, quindi ripiegata su se stessa.
Una realtà sociale che inclina pericolosamente verso una progressiva esperienza del peggio.
Settore per settore nulla quest’anno ci è stato risparmiato: nella politica come nella violenza intrafamiliare, nella micro-criminalità urbana come in quella organizzata, nella dipendenza da droga e alcool come nella debole integrazione degli immigrati, nella disfunzione delle burocrazie come nello smaltimento dei rifiuti, nella ronda dei veti che bloccano lo sviluppo infrastrutturale come nella bassa qualità dei programmi televisivi.
Viviamo insomma una disarmante esperienza del peggio.
Tanto che, quasi quasi al termine poltiglia di massa si potrebbe (con eleganza minore) sostituire il termine più impressivo di “mucillagine”, quasi un insieme inconcludente di “elementi individuali e di ritagli personali” tenuti insieme da un sociale di bassa lega.
Pertanto in una società così inconcludente appare difficile attendersi l’emergere di una qualsivoglia capacità o ripresa di sviluppo di massa, di “sviluppo di popolo” come si diceva una volta; e le offerte innovative possono venire solo dalle nuove minoranze attive, ovvero:
- la minoranza che fa ricerca scientifica e innovazione tecnica è orientata all’avventura dell’uomo e alla sua potenzialità biologica;
- la minoranza che, nella scia della minoranza industriale oggi rampante, fa avventura personale e sviluppo delle relazioni internazionali (si pensi ai giovani che studiano o lavorano all’estero, ai professionisti orientati ad esplorare nuovi mercati, agli operatori turistici di ogni tipo, ecc.);
- la minoranza che ha compiuto un’opzione comunitaria, cioè ha scelto di vivere in realtà locali ad alta qualità della vita;
- la minoranza che vive il rapporto con l’immigrazione come un rapporto capace di evolvere in termini di integrazione e coesione sociale;
- la minoranza che si ostina a credere in una esperienza religiosa insieme attenta alla persona e alla complessità dello sviluppo ai vari livelli;
- e le tante minoranze che hanno scelto l’appartenenza a strutture collettive (gruppi, movimenti, associazioni, sindacati, ecc.) come forma di nuova coesione sociale e di ricerca di senso della vita.
Si tratta senz’altro di una sfida faticosa, che le citate diverse minoranze dovranno verosimilmente gestire da sole.